Centro Azione Liturgica - Diocesi di Mantova
50a Settimana Liturgica Nazionale
"A te Dio Padre onnipotente ogni onore e gloria"
Mantova, 23-27 agosto 1999

La relazione del Card. Carlo M. Martini

 


La relazione di S. E. Card. Carlo Maria Martini,
Arcivescovo di Milano

"Signore, insegnaci a pregare...
Quando pregate dite: Padre sia santificato il tuo nome"
(Lc 11,1-2)

Dopo la solenne concelebrazione eucaristica presieduta dal Vescovo mons. Caporello in Sant'Andrea &endash; a cui hanno partecipato oltre 150 sacerdoti e una decina di vescovi &endash; nella stessa basilica concattedrale l'arcivescovo di Milano card. Carlo Maria Martini ha tenuto la sua relazione sul tema "Signore, insegnaci a pregare... Quando pregate dite: Padre, sia santificato il tuo nome" (Lc 11,1-2).

La decisione di spostare l'incontro dalla sede prevista del Teatro Sociale alla Basilica è stata presa all'ultimo momento in considerazione dell'alto numero di persone che non sarebbero potute entrare in teatro. Inevitabili alcuni inconvenienti, tra i quali la perdita della trasmissione in diretta di Telepace.

In compenso, nella basilica gremita c'è stato posto per tutti e tutti hanno potuto seguire comodamente l'ampia, precisa, magistrale lectio divina dei primi due versetti del capitolo 11 del Vangelo secondo Luca, svolta dal Cardinale.

 

Quattro i momenti della sua relazione:

  1. Un'analisi della domanda "Signore, insegnaci a pregare".
  2. L'invocazione al "Padre".
  3. La prima petizione: "Sia santificato il tuo nome".
  4. Qualche conclusione per la liturgia e per la vita.

1. La domanda dei discepoli parte dall'aver visto Gesù in preghiera ed è una domanda molto sentita anche oggi, soprattutto quando si entra in contatto con uomini e donne di preghiera. La domanda viene rivolta anche ai seguaci di tradizioni religiose non cristiane (induismo, buddismo, zen, meditazione trascendentali, yoga). Essa tuttavia contiene istanze diverse che Martini ha analizzato singolarmente: istanze che si collocano a livello psicologico, a livello religioso e a livello cristiano. Ne emerge l'importanza di purificare e di chiarire la domanda di preghiera anche nel contesto odierno. Il Relatore lo ha fatto richiamandosi in particolare alla "Lettera della Congregazione per la dottrina della fede su alcuni aspetti della meditazione cristiana" del 1989. "Non deve stare in primo piano &endash; ha detto il Relatore &endash; la ricerca di un qualche benessere psichico, ma il desiderio di entrare in comunione col Dio vivente e di entrarvi con Gesù e come Gesù. Questa comunione, se vissuta con profondità e intensità, ha anche per lo più dei riverberi felici sul piano psichico: è collegata col raccoglimento, genera unificazione interiore, può far vivere momenti di pace profonda, ma non va confusa con questi atteggiamenti e stati d'animo e può esservi vera preghiera anche senza di essi".

2. Il Cardinale ha quindi esaminato la prima parola della preghiera, "Padre". "Non è per nulla ovvio &endash; ha osservato &endash; al tempo di Gesù che una preghiera a Dio cominci col chiamarlo "Padre". Se pensiamo per esempio ai 150 salmi, che pure sono esempi di preghiera mirabili, vediamo che nessuno di essi comincia così". Per spiegare questo fatto nuovo Martini si è riferito all'esperienza di Gesù, a quella dei primi discepoli e a quella del cristiano. Ha così richiamato gli atteggiamenti che la parola suscita e che vanno tenuti presenti anche quando la preghiera viene recitata o cantata nella liturgia: senso di fiducia, di familiarità, di audacia che è ben espressa nella formula liturgica "osiamo dire". La invocazione del Padre nella liturgia è dunque il luogo in cui tutti questi sentimenti vengono coltivati e promossi.

3. "Sia santificato il tuo nome". Martini ha chiarito il senso di questa formulazione per noi un po' strana, in quanto non appartiene al nostro linguaggio ordinario, facendo riferimento al testo di Ezechiele 36. Per concludere: "L'invocazione vuol dunque dire: mostra, o Signore, quanto vali, quanto sei buono e forte, mostra quanto ci ami, fa che gli uomini vedano la tua potenza che si esprime nel liberarci e proteggerci. E' una preghiera che quasi provoca Dio Padre a manifestare il suo amore per noi e la sua potenza nel soccorrerci. I discepoli che pregano così riconoscono che essi sono tali non per loro merito e forza, bensì perché raggiunti da questo agire gratuito di Dio, per il quale in essi e per essi viene glorificato il nome santo del Padre".

4. L'illustre Relatore si è chiesto infine quali conseguenze emergano dalla comprensione di questa preghiera per il contesto liturgico in cui essa viene inserita. Pochi sono, almeno apparentemente, i rimandi del Nuovo Testamento alla centralità della liturgia, al suo essere "fonte e culmine" di tutta l'azione della Chiesa. Martini propone allora di leggere i testi dei Vangeli come una "liturgia vissuta" di Gesù in mezzo ai suoi. Egli sta in mezzo ai discepoli come colui che insegna e dona la vita. La liturgia continua questa presenza di Gesù nella comunità, è come "una danza della Chiesa attorno al Signore risorto". Questo aiuta a comprendere la specificità cristiana della liturgia rispetto ai culti di altre religioni.

Allora anche l'invocazione a Dio come Padre, così presente nella liturgia, nasce dalla comunicazione all'esperienza del Figlio nella sua vita e nella sua morte e risurrezione. L'appellativo di Padre ci introduce nella vita trinitaria attraverso la coscienza di Gesù e sollecita in noi gli atteggiamenti che abbiamo ricordato sopra.

Il card. Martini ha infine indicato alcune conseguenze pastorali pratiche che si possono ricavare dalla sua riflessione. Li riportiamo per esteso:

a) La menzione di Dio come Padre rappresenta uno dei momenti culminanti della preghiera liturgica. Occorre che tale evocazione avvenga in un clima di silenzio e di raccoglimento perché possa risuonare nell'assemblea come un partecipare al mistero di Gesù e entrare nella sua esperienza trinitaria come figli nel Figlio.

b) Sarà importante educare i fedeli a collocare queste invocazioni nel loro humus primordiale, quello cioè dei Vangeli e degli altri scritti del Nuovo Testamento. Di qui una stretta continuità che deve intercorrere tra la liturgia e la Lectio divina, la meditazione personale orante sui testi della Scrittura e sui testi liturgici.

c) La menzione di Dio come Padre implica non solo la nostra identificazione con Gesù ma anche la nostra fratellanza con tutti, a partire da coloro che credono in Gesù e sono stati battezzati nel nome della Trinità. Promana dunque da queste invocazioni un invito alla fraternità e all'impegno ecumenico, a cui deve rispondere la Chiesa intera e, sia pure in modi diversi, ogni comunità.

d) Questo stesso appellativo di Dio come Padre invita ad approfondire i legami con tutti coloro che in qualche modo invocano Dio, ponendo così le premesse per un dialogo interreligioso. Anzi, la menzione di un Padre che dà il suo Figlio per la vita del mondo, stimola a coinvolgere nella preghiera e nel dialogo tutti coloro che in qualunque modo sono alla ricerca di un senso nella vita, cioè tutta l'umanità. Dice a questo proposito il Papa nel suo messaggio per la prossima Giornata missionaria mondiale: "In questo ultimo anno del secolo che ci prepara al Grande Giubileo del 2000, forte è l'invito a levare lo sguardo e il cuore verso il Padre, per conoscerlo quale egli è, e quale il Figlio ce lo ha rivelato" (CCC 2779). Leggendo sotto quest'ottica il Padre nostro, preghiera che lo stesso Divin Maestro ci ha insegnato, possiamo comprendere più facilmente quale sia la sorgente dell'impegno apostolico della Chiesa e quali le motivazioni fondamentali che la rendono missionaria "fino agli estremi confini della terra" (n.1).

e) Infine non si può ripetere l'appellativo di Padre per il nostro Dio senza pensare al Padre di ogni consolazione, al Padre dei poveri, a Colui a cui gridano l'orfano e la vedova. Tale invocazione è dunque anche un invito a prendersi cura di tutti coloro che soffrono, affinché non ci venga detto un giorno: "Non chi mi dice, Signore, Signore &endash; o chi moltiplica l'invocazione Padre, Padre &endash; ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli entrerà nel regno dei cieli" (cfr. Mt 7,21).

Auguro dunque a questa Settimana liturgica &endash; ha concluso Martini &endash; di aiutarci a proclamare nella liturgia Dio come Padre con il cuore aperto verso tutti coloro a cui Lui guarda come figli, in particolare verso tutti i sofferenti del terribile terremoto di questi giorni in Turchia, come verso tutti i poveri e i bisognosi di ogni parte della terra.

 
Al termine della sua relazione,
il Card. Martini conversa con il Vescovo Caporello