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Quella sera del 24 agosto, eravamo proprio in tanti fra mantovani e forestieri ospiti a fluire verso la riva del lago delle Grazie. Accolti dalle campane del Santuario e come invitati al silenzio e al raccoglimento dal tappeto, ormai sbiadito ma ancora tutelato, delle immagini sacre stese sul cuore del grande sagrato. E il prato che si andava colmando via via, appariva sempre più l'enorme valva viva di una conchiglia spalancata ai piedi del tempio. Una brezza gentile disperdeva calura e insetti, carezzava cose e volti, stuzzicava alla danza le fiamme del tripode grande acceso al cospetto dell'icona di Maria e quelle più modeste delle fiaccole disseminate un po' ovunque a contorno. La luna che saliva adagio dal buio denso dei canneti, osservava fredda, sorniona, indifferente al lampeggiare fitto dei flash. Comunque, a catturare e convogliare l'attenzione di occhi e cuori era Lei, la Donna ebrea coraggiosa e umile che di generazione in generazione da 2000 anni chiamiamo Madre. Di Dio e nostra. A rendercela presente non erano i tratti del suo manto rosso, del suo viso dolce, della sua corona regale utilizzati sulla tela dai pennelli e dalla fantasia di un anonimo pittore. Neanche era la solidità delle secentesche mura del santuario che fungevano da imponente e suggestivo fondale. Era il nostro abbandono di figli presi per mano dalla quiete serale, incoraggiati all'eloquenza dalla bellezza e dalla sostanza dei delicati momenti liturgici, sicuri fino all'emozione di cantare Ave Ave Ave a Qualcuno che ci stava ascoltando e sorridendo da dentro le immensità imponderabili degli orizzonti spirituali. Non a caso, quando il nostro Vescovo raccoglieva e interpretava i pensieri, le confidenze, gli affetti, le ansie, le incertezze, le tribolazioni e le speranze di ognuno e innalzava verso quella sconfinata direzione materna un'intensa, commossa preghiera di affidamento: gli occhi lucidi erano tanti, la tensione scritta sui volti possedeva riverberi sinceri, il silenzio della conca assumeva lo spessore dell'infinito. E il momento del congedo giungeva come di sorpresa.
L'atmosfera diveniva come un tergiversare sulla soglia. La festa dei lumi grandi e piccoli faticava ad arrendersi allo spegnimento. Lo stesso Vescovo indugiava davanti alla materna icona delle Grazie e ristuzzicava le fiamme e le scintille del tripode votivo, alimentandole con un'ultima, affettuosa, fuori rituale manciata di combustibile. La spintarella all'addio erano le campane a darla. Sciorinando gioconde e ampliando su tutta la valle, le viuzze addormentate, il brusìo dei saluti: l'invito ad andarcene in pace. Meglio se magnificando il Signore con una nostra vita un po' più palesemente rinfrancata. Rita Protti Tosi
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