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"L'attesa e l'invocazione
del Padre nella cultura contemporanea Quello stesso "Padre-madre nell'amore" di cui, ha spiegato nella relazione introduttiva alla Settimana il teologo Bruno Forte, l'uomo di oggi avverte una profonda nostalgia. Lo rivelano il fallimento della "società senza padri" e, paradossalmente, le stesse tragedie di questa fine secolo, che ha riportato alla ribalta la pulizia etnica: "È proprio dalla conclamata negazione della fraternità fra gli umani, cui abbiamo assistito - insiste il teologo - che si leva più forte il grido del bisogno di una fraternità ritrovata, quale solo un padre-madre di tutti può fondare". Alla stessa conclusione porta anche lo "scenario del cuore", il vissuto personale dell'uomo alle prese con le grandi domande dell'esistenza: attendiamo "qualcuno che sani l'angoscia con la medicina dell'amore". Ma c'è un luogo dove questa nostalgia può stemperarsi nella gioia di un abbraccio? La risposta la si trova proprio nella liturgia, l'unica realtà in cui l'esodo dell'uomo può davvero incontrare l'avvento di Dio. "Nella liturgia - spiega Forte - il cristiano non sta davanti a Dio come uno straniero, ma entra nella profondità di Dio, lasciandosi avvolgere dal mistero della Trinità". Per questo quando si celebra non si prega "il" Padre, ma si prega "nel" Padre, lasciandosi inondare dalla sua presenza d'amore. Ed è proprio l'accoglienza di questo dono che fa nascere in noi la volontà di riportare tutto a Dio. Questo secondo è un movimento che se vissuto autenticamente può portare anche lontano. "È qui - commenta Forte - che si radica la stessa vocazione politica del cristiano. Politica nel senso forte e nobile dell'impegno a favore dell'uomo, della lotta per la giustizia, della solidarietà con i poveri, perché in tutti i rapporti si instauri la fraternità nell'unico Padre di tutti. È proprio alla scuola della liturgia vissuta bene che il cristiano impara a vedere tutte le cose nella luce di Dio e, di conseguenza, a denunciare l'ingiustizia e a proclamare la giustizia del Regno che viene. Perciò - conclude il teologo -, più il popolo di Dio vive in pienezza la liturgia, più si avvicina alla storia". Giorgio
Bernardelli
La 50^ Settimana liturgica nazionale che si tiene a Mantova si è aperta con la relazione di don Bruno Forte, docente alla Facoltà teologica di Napoli e noto autore di saggi di teologia. Senza venir meno alla profondità della riflessione non è mancata alla relazione una coloritura di poesia e spiritualità e una capacità di far "vibrare" le parole mentre si comunicavano i contenuti teologici. Il relatore ha scandito in tre momenti la sua proposta: l'individuazione degli "scenari del tempo" attuale, l'attenzione agli "scenari del cuore" alle domande di senso dell'uomo d'oggi, le modalità attraverso le quali Dio "viene" e quindi il ruolo della liturgia in questo "avvento" di Dio nell'esperienza e nella storia. La nostra cultura trova nella ragione una sorgente di luce per illuminare l'oscurità. Il nostro è perciò un tempo di ideologie che hanno visioni totali del mondo. "Esse tendono ad imporre la luce della ragione alla realtà intera, fino a stabilire l'equazione tra ideale e reale: è inseguendo questa ambizione che le "grandi narrazioni" ideologiche tendono ad edificare una "società senza padri"... La critica alla figura del Padre sfocia così nella presunzione radicale della negazione di Dio". Nonostante questo sogno la storia recente ci dice che l'umanità non ha evitato di far proliferare "padri-padroni". Ma le ideologie si sono infrante. Epoca, la nostra, del "pensiero debole", del nichilismo: "Orfani delle ideologie si rischia di essere tutti più fragili, più tentati di chiudersi nella solitudine dei propri egoismi". Dalle ceneri di un "secolo breve" emergono nuove nostalgie: il desiderio di una fraternità nuova; il riconoscere nelle proprie inquietudini una sorta di ricerca del senso perduto; l'intuizione del Totalmente Altro. Sono &endash; dice Forte &endash; "gli scenari del cuore" a ri-orientare la ricerca. Soprattutto la domanda ineludibile che dolore e morte pongono all'uomo, da sempre. "Proprio il fatto che la morte ci rende pensosi e che sentiamo il bisogno di dare significato alle opere e ai giorni è il segno che nel profondo del cuore i pellegrini verso la morte sono in realtà chiamati alla vita. Nel profondo del cuore si affaccia un'indistruttibile nostalgia del volto di Qualcuno, che accolga il nostro dolore e le lacrime, che redima l'infinito dolore del tempo". Se questo è vero perché sorge in tanti il rifiuto del padre e quindi di Dio? Per essere liberi e indipendenti. Il rifiuto del padre dice la ricerca di un padre-madre capace di amare, rendendo liberi i figli. Dove abita &endash; allora &endash; il Padre? L'ascolto della rivelazione biblica diventa anche risposta nella maniera più sorprendente agli scenari del tempo e agli scenari del cuore. Il Dio d'Israele è un Dio visceralmente innamorato dell'uomo, un Dio umile, che si fa piccolo perché noi esistiamo. E' la dottrina ebraica del "contrarsi" di Dio per fare spazio alle creature. Questo Dio desidera per l'uomo una cosa sola: il suo ritorno. Questo Dio Gesù l'ha chiamato con il vezzeggiativo dei bambini: "Abbà", e proprio nell'ora della croce (Mc 14,32-36). "Il Padre di Gesù è il Dio capace di uscire da sé e di soffrire per amore della sua creatura: non soltanto il Dio umile, il Dio della compassione e della tenerezza, ma il Dio così libero da sé da pagare il prezzo supremo dell'amore". Come entrare nel cuore di questo Padre? La comunità cristiana conosce questa inabitazione liberante nella preghiera liturgica: "Quando pregate dite: Padre" (Lc 11,2). La liturgia è il luogo privilegiato in cui il singolo e la comunità incontrano Dio come Padre, perché la liturgia è il terreno dell'avvento del mistero di Dio nel cuore della storia umana: "La liturgia è incontro con il Padre in quanto è lasciarsi inondare dalla presenza divina nella docilità dell'invocazione e dell'ascolto... celebrare è lasciarsi amare da Dio, "passio" prima che "actio", accoglienza del mistero, prima e più che impresa umana". Daniele Piazzi
"Mi hai donato il giorno perché non potevi donarmi se non ciò che sei. / Madre, mi hai donato i giorni della mia morte. / Da allora, vivo e muoio in te / che sei amore. / Da allora, rinasco dalla nostra morte": queste parole &endash; tratte da Il libro delle interrogazioni di Edmond Jabès (1) &endash; evidenziano come sia proprio degli esseri umani lottare instancabilmente contro la morte e come sia al contempo per essi non meno originario il riconoscersi misteriosamente avvolti da un grembo materno, sorgivo e sempre fecondo di vita. L'arma di questa lotta ineludibile è la forza dell'interrogazione, che spinge oltre la soglia, la sola potenza capace di farci rinascere continuamente dalla nostra stessa morte grazie al contatto vivificante che essa schiude con l'origine materna di tutto ciò che esiste, amore che tutto avvolte. Perciò l'identità più profonda dell'essere umano, il suo "nome" incancellabile, è la domanda: "Il mio nome è una domanda e la mia libertà è nella mia propensione alle domande" (2). Dove la domanda è posta con docile ascolto e radicale attesa, lì diviene possibile la rivelazione del cuore e l'incontro che cambia la vita: lì è riconosciuta la nostalgia profonda di un padre-madre nell'amore, che tutto accolga e custodisca. Dove invece il pensiero vuol farsi signore esclusivo la domanda diventa espressione di dominio ed esercizio di violenza, lì incombe il naufragio di un'esistenza disancorata, di un mondo senza origine né patria. Negli scenari del tempo, come in quelli del cuore, la figura del padre-madre nell'amore diventa allora un riferimento decisivo, una pietra di paragone su cui è possibile valutare il senso, la riuscita o il fallimento dell'avventura umana. E' la verifica che si vorrebbe tentare nelle prime due tappe della riflessione che segue, per poter poi "ascoltare l'avvento" nelle parole della rivelazione lì dove l'attesa riconosce il suo oggetto e può farsi esplicita invocazione. Allora il riconoscimento potrà divenire riconoscenza, il "logos" "hymnos", e la riflessione sul tempo e sul cuore sarà in grado di nutrire l'azione di grazie in un'autentica liturgia della vita e della storia. GLI SCENARI DEL TEMPO a) Il sogno della modernità e l'"assassinio del Padre" La metafora della luce esprime nella maniera più intensa il principio ispiratore della modernità, l'ambiziosa pretesa della ragione adulta di comprendere e dominare ogni cosa. Secondo questo progetto &endash; che sta alla base dell'Illuminismo in tutte le sue espressioni &endash; comprendere razionalmente il mondo significa rendere l'uomo finalmente libero, padrone e protagonista del proprio domani, emancipandolo da ogni possibile dipendenza: l'"emancipazione" è il sogno che pervade i grandi processi di trasformazione storica dell'epoca moderna, nati a partire dal "secolo dei lumi" e dalla rivoluzione francese, dall'emancipazione delle classi sfruttate e delle razze oppresse a quella dei popoli del cosiddetto "terzo mondo", a quella della donna nella varietà dei contesti culturali e sociali. Il sogno di un'emancipazione totale spinge l'uomo moderno a volere una realtà completamente illuminata dal concetto, in cui si esprima senza residui la potenza della ragione. Scrive piuttosto enfaticamente Hegel: "Da quando c'è stato il sole nel firmamento e i pianeti gli hanno girato intorno, mai si era visto che l'uomo si mettesse dritto sulla testa, ossia sul pensiero, e costruisse la realtà secondo quest'ultimo... Soltanto ora l'uomo è giunto a capire che il pensiero deve reggere l'intera realtà dello spirito. E questa è un'alba preziosa" (3). Dove la ragione trionfa si alza il sole dell'avvenire: in tal senso si può dire che il tempo della modernità è il tempo della luce. L'ebbrezza dello spirito moderno sta precisamente in questa presunzione della ragione assoluta di poter vincere ogni oscurità e assorbire ogni differenza. L'espressione compiuta di una simile ebbrezza è l'"ideologia", la modernità, tempo del sogno emancipatorio, è anche il tempo delle visioni totali del mondo, proprie delle ideologie. Esse tendono ad imporre la luce della ragione alla realtà tutta intera, fino a stabilire l'equazione fra ideale e reale: è inseguendo questa ambizione che le "grandi narrazioni" ideologiche tendono ad edificare una "società senza padri", dove non ci siano rapporti verticali, ritenuti sempre di dipendenza, ma solo orizzontali, di parità e reciprocità. Il sole della ragione produce libertà e uguaglianza, e proprio così anche radicale fraternità, egualitarismo fondato sull'unicità della luce che governa il mondo e la vita: "liberté, égalité, fraternité" sono il frutto radioso del trionfo della ragione. La critica alla figura del "padre-padrone" sfocia così facilmente nella presunzione radicale della negazione di Dio, come non deve esserci in terra alcuna paternità che crei dipendenza, così non può esservi in cielo alcun Padre di tutti. Non ci sono "partners" divini, non c'è un altro mondo, c'è solo questa storia, quest'orizzonte: l'unica idea del divino che può restare dinanzi al tribunale della ragione adulta sembra essere quella di un "Deus mortuus, absurdus, otiosus", un Dio morto, insensato, inutile. L'assassinio collettivo del Padre si consuma nella convinzione assoluta che l'uomo dovrà gestirsi da solo la vita, costruendo così il proprio destino: le ideologie moderne, di destra o di sinistra, hanno inseguito la meta ambiziosa di emancipare gli abitatori del tempo in modo così radicale, da renderli da oggetto soggetto esclusivo della loro storia, al tempo stesso origine e meta di tutto ciò che accade. Non si può negare che questo progetto sia grandioso e che tutti ne siamo in qualche misura eredi: chi vorrebbe vivere in una società che non sia passata attraverso il processo dell'emancipazione? E tuttavia, questo sogno ha prodotto effetti satanici: proprio a causa della sua ambizione totale l'ideologia diventa violenta. la realtà viene piegata alla forza del concetto: la "volontà di potenza" (F. Nietzsche) della ragione vuol dominare la vita e la storia per adeguarle al proprio progetto. Il sogno di totalità si fa inesorabilmente totalitario: il tutto compreso dalla ragione si converte in totalitarismo. Non a caso, né per un semplice incidente di percorso, tutte le avventure dell'ideologia moderna, di destra come di sinistra, dall'ideologia borghese a quella rivoluzionaria, sfociano in forme totalitarie e violente. Ed è precisamente l'esperienza storica della violenza ottusa dei totalitarismi ideologici a produrre la crisi e il tramonto delle pretese della ragione moderna: "L'illuminismo, nel senso più ampio di pensiero in continuo progresso &endash; affermano Max Horkheimer e Theodor W. Adorno all'inizio della loro Dialettica dell'Illuminismo &endash; ha perseguito da sempre l'obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra interamente illuminata risplende all'insegna di trionfale sventura" (4). Il pensiero senza ombre si risolve in tragedia: lungi dal produrre emancipazione, genera dolore, alienazione e morte. La moderna "società senza padri" non genera figli più liberi e più uguali, ma produce dipendenze drammatiche da quelli che di volta in volta si offrono come i "surrogati" del padre: il "capo", il "partito", la "causa" diventano i nuovi padroni, e la libertà promessa e sognata si risolve in una massificazione dolorosa e grigia, sostenuta dalla violenza e dalla paura. L'assassinio collettivo del padre non ha impedito, insomma, la prolificazione di "padri-padroni" sotto mentite spoglie. b) La società senza padri e il "secolo breve" Il sogno di emancipare il mondo e la vita sembra dunque essersi infranto contro l'inaudita violenza che l'epoca dell'emancipazione ha prodotto, di cui sono segno eloquente le guerre, le pulizie etniche, i forni crematori, la Shoà e tutti i genocidi del nostro secolo, fino all'eccidio per fame che ogni giorno si consuma nel mondo. E' questo il frutto della ragione adulta? Dove sono i cieli nuovi e le terre nuove che le grandi narrazioni ideologiche avevano promesso? Sta qui il dramma con cui si chiude il nostro Novecento: un dramma morale, una crisi di senso e di speranza. Se per la ragione moderna tutto aveva senso all'interno di un processo totale, per il pensiero debole della condizione post-moderna &endash; naufrago nel grande mare della storia dopo il fallimento delle presunzioni ideologiche &endash; nulla sembra avere più senso. In reazione alle pretese fallimentari della ragione forte si profila un tempo di naufragio e di caduta: la crisi del senso diventa la caratteristica peculiare dell'inquietudine postmoderna. In questo tempo di "notte del mondo" (Martin Heidegger) ciò che trionfa sembra essere l'indifferenza, la perdita del gusto a cercare le ragioni ultime del vivere e del morire umano. Si profila così l'estremo volto del secolo che volge alla fine: il volto del nichilismo (come Giovanni Paolo II lo presenta nella Fides et ratio, 90). Il nichilismo non è l'abbandono dei valori, la rinuncia a vivere qualcosa per cui valga la pena di vivere, ma un processo più sottile: esso priva l'uomo del gusto di impegnarsi per una ragione più alta, lo spoglia di quelle motivazioni forti che l'ideologia ancora sembrava offrirgli. Ciò di cui si è più malati oggi è la mancanza di "passione per la verità": questo è il volto tragico del post-moderno. Nel clima del nichilismo diffuso tutto cospira a portare gli uomini a non pensare più, a fuggire la fatica e la passione del vero, per abbandonarsi all'immediatamente fruibile, calcolabile col solo interesse della consumazione immediata. E' il trionfo della maschera a scapito della verità: perfino i valori sono spesso ridotti a coperture da sbandierare per nascondere l'assenza di significato. L'uomo stesso sembra risolversi in una "passione inutile" (secondo la formula proposta con inquietante anticipo sulla fine dei mondi ideologici da Jean-Paul Sartre: "l'homme, une passion inutile"). Si potrebbe dire che la malattia più profonda dell'epoca che chiamiamo post-moderna sia la definitiva rinuncia a un padre-madre verso cui tendere le braccia dell'attesa, e dunque il non avere più la volontà o il desiderio di cercare il senso per cui valga la pena di vivere e di morire. Orfani delle ideologie, si rischia di essere tutti più fragili, più tentati di chiudersi nella solitudine dei propri egoismi. E' per questo che le società post-ideologiche stanno diventando sempre più "folle di solitudini", in cui ognuno cura il suo "particulare" con una logica egoistica e strumentale: di fronte al nulla del senso ultimo, ci si aggrappa all'interesse penultimo, alla cattura del possesso immediato. E' questa la ragione del trionfo nel consumismo più sfacciato, della corsa all'edonismo e all'immediatamente fruibile, ma è anche questo il motivo profondo dell'emergere e dell'affermarsi delle logiche settarie, etniche, nazionalistiche o regionalistiche, che si sono diffuse con inquietante virulenza nell'Europa di fine millennio. Quando non si hanno orizzonti grandi di verità, si affoga facilmente nella solitudine egoistica del proprio particolare. E questo mostra ancora di più come tutti abbiamo bisogno di un padre-madre comune che liberi dalla prigionia della solitudine, che dia un orizzonte per cui sperare e amare: non un orizzonte violento, asfissiante com'era quello dell'ideologia, ma un orizzonte liberante per tutti, rispettoso di tutti. Se dunque la "società senza padri" ha inseguito il sogno dell'emancipazione e per emanciparsi ha pensato di uccidere il padre, proprio il frutto amaro di un'emancipazione totalitaria e violenta e il vuoto che essa ha lasciato fa avvertire un nuovo bisogno di un padre-madre accogliente nella libertà e nell'amore. Non è certo la ricerca del padre-madre che sia il padre-partito, il padre-padrone, capo indiscusso e indiscutibile, o il padre-denaro, il padre-capitalismo, ma è la nostalgia di un padre-madre che fondino al tempo stesso la dignità di ogni persona, la libertà di tutti, il senso della vita. Ciò di cui c'è insomma soprattutto bisogno davanti all'indifferenza e alla mancanza di passione per la verità dell'epoca in cui ci troviamo è il volto del padre-madre nell'amore: è la nostalgia del Totalmente Altro, di cui Horkheimer e Adorno parlavano prevedendo la fine delle ideologie. E' la nostalgia del Volto nascosto, il bisogno di una patria comune che dia orizzonti di senso senza esercitare violenza. E' quanto emerge dall'intera parabola dell'epoca moderna, dal trionfo della ragione illuministica, che tutto voleva abbracciare e spiegare con la sua luce, all'esperienza non meno globale e diffusa della frammentazione e del non-senso, seguita alla caduta degli orizzonti forti dell'ideologia. E' il processo che caratterizza il secolo che volge alla fine, il cosiddetto "secolo breve" ("the Short Twentieth Century": Eric Hobsbawm) (5), "età degli estremi" (secondo il titolo originario dello stesso libro di Hobsbawm: "Age of Extremes"), segnata dall'affermarsi tanto netto, quanto veloce nella sua decadenza, dei frutti estremi dell'ottimismo totalitario dei modelli ideologici da una parte, e dal loro rifiuto e abbandono dall'altra. c) Il secolo "non più breve" e la nostalgia di fraternità davanti a un unico Padre In verità, i recentissimi eventi di guerra e di "pulizia etnica" nei Balcani autorizzerebbero a parlare del "secolo breve" come del secolo "non più breve", per la semplice e drammatica ragione che tutto ciò che di tragico si è compiuto nel Novecento è sembrato ripetersi in Europa proprio nel penultimo anno di questo secolo, alle soglie del nuovo Millennio. L'amara ironia contenuta in quel "non più breve" vorrebbe evidenziare come forse troppo presto si sia cantato il "requiem aeternam" delle ideologie e come esse si siano presa la rivincita rispuntando con tutta la virulenza dei loro meccanismi di autogiustificazione e di demonizzazione dell'altro nell'azione militare, nella sofferenza inflitta a popolazioni inerti, nel genocidio, nella propaganda delle parti contrapposte, nella vendetta terroristica. La metafora della "notte" sembra veramente la meno inadeguata ad esprimere la condizione presente, nonostante il ritorno delle ambizioni ideologiche tese a comprendere tutto col "lume" della ragione. Eppure, paradossalmente, è proprio dalla così ampia e conclamata negazione della fraternità fra gli umani, cui abbiamo assistito, che si leva più forte il grido del bisogno di una fraternità ritrovata, quale solo un padre-madre di tutti può fondare. Si profilano così in questo rapido e drammatico tramonto del scolo "non più breve" alcuni segnali di attesa: c'è una "nostalgia di perfetta e consumata giustizia" (Max Horkheimer), che si lascia riconoscere proprio nelle inquietudini della crisi presente come una sorta di ricerca del senso perduto. Non si tratta d'"une recherche du temps perdu", di un'operazione della nostalgia, ma di uno sforzo per ritrovare il senso al di là del naufragio, per riconoscere un orizzonte ultimo su cui misurare il cammino di tutto ciò che è penultimo e fondare eticamente la prassi. Si assiste ad una riscoperta dell'altro, constatando che il prossimo, per il solo fatto d'esistere, può essere ragione del vivere, perché è sfida a uscire da sé, a rischiare l'esodo senza ritorno dell'impegno d'amore per altri. Il nuovo interesse al più debole, specialmente allo straniero in fuga da situazioni di miseria e povertà d'ogni genere, la crescente coscienza delle esigenze della solidarietà, possono profilarsi &endash; pur fra molte contraddizioni &endash; come altrettanti segnali di questa ricerca del senso perduto. Al tempo stesso, sembra affacciarsi una ritrovata nostalgia del Totalmente Altro, una sorta di riscoperta del sacro rispetto ad ogni rinuncia nichilista. Si risveglia un bisogno, che potrebbe definirsi genericamente religioso: bisogno di una patria che non sia quella seducente, manipolante e violenta dell'ideologia. Nelle forme più diverse si profila forse un "ritorno del Padre", quantunque non sempre privo di ambiguità e perfino di nostalgie ideologiche? In realtà, se la crisi del moderno è fine delle presunzioni del soggetto assoluto, i segnali del suo superamento &endash; al di là del nichilismo &endash; vanno tutti in direzione di una riscoperta dell'Altro, che offra ragioni di vita e di speranza. Lo aveva intuito con singolare profondità il Concilio Vaticano II nell'affermare: "Legittimamente si può pensare che il futuro dell'umanità sia riposto nelle mani di coloro che saranno capaci di trasmettere alle generazioni future ragioni di vita e di speranza" (Gaudium et Spes 31). Si intravede in queste parole il ruolo di una fondamentale mediazione paterna-materna, di una sorta di paternità-maternità del senso che sola potrà riscattare il futuro dalla caduta nel nulla e dalle sue seduzioni. L'Altro &endash; fondamento ultimo delle ragioni del vivere e del vivere insieme &endash; sembra offrirsi come l'oggetto della domanda più vera e profonda aperta dalla crisi del nostro presente, e la nostalgia del Suo volto nascosto sembra delinearsi come quella di un padre-madre che accolga tutti nell'amore.
GLI SCENARI DEL CUORE a) "Gettati verso la morte" o aperti al Mistero La domanda che abita al centro del nostro cuore, quella che ci fa tutti inquieti e pensosi, è la domanda dell'infinito dolore del mondo, l'interrogativo ineludibile del dolore e della fine. Se non ci fosse la morte non ci sarebbe neanche il pensiero, tutto sarebbe una piatta eternità, almeno per la nostra limitata capacità di pensare: in questo senso, vivere è anche imparare a morire, educarsi a convivere con la sfida silenziosa, resistente e perseverante della morte. E' inutile cercare evasioni o facili consolazioni alla stregua di quella epicurea che dice: "Quando ci sarà la morte io non ci sarò e finché io ci sono essa non c'è". Queste parole sono inganno e apparenza, perché la morte non è solo l'ultimo destino o l'ultimo atto, ma è soprattutto una presenza che incombe ogni giorno della vita nella fragilità, nella pochezza, nella caducità dell'esistere. "La morte &endash; scrive Martin Heidegger &endash; sovrasta l'Esserci. La morte non è affatto un mancare ultimo... ma è, prima di tutto, un'imminenza che sovrasta" (6). Diversi per nascita, possibilità ed esperienze, gli abitatori del tempo sono solidali nella povertà dell'essere tutti allo stesso modo "gettati" verso la morte, inesorabilmente diretti verso il "vallo estremo", avvolto dal silenzio: "Noi non sappiamo quale sortiremo / domani, oscuro o lieto; / forse il nostro cammino / a non tòcche radure ci addurrà / dove mormori eterna l'acqua di giovinezza; / o sarà forse un discendere / fino al vallo estremo, / nel buio, perso il ricordo del mattino. (7) La vita pare dunque risolversi nell'inesorabile viaggio verso le tenebre: perciò la fatica di esistere è impastata di malinconia e la dimora del tempo appare fasciata dall'abisso del nulla. E' sulla vertigine del nulla che si affaccia la situazione emotiva dell'angoscia: sospeso sui silenzi della morte, l'essere umano si fa inquieto riguardo al suo destino. La ripulsa del nulla suscita &endash; come per contraccolpo &endash; la potenza del domandare: l'uomo diventa domanda a se stesso, interrogativo davanti al quale si schiudono ambiguamente i sentieri di ciò che potrà essere o non sarà mai. Fedele compagna della vita si affaccia la domanda &endash; evasa o accettata, nascosta o cercata &endash; che la morte imprime come ferita nel più profondo del cuore umano. E' così che il pensiero nasce dalla morte, la coscienza dalla passione di chi non s'arrende al finale trionfo del nulla: "Dalla morte, dal timore della morte &endash; scrive Franz Rosenzweig &endash; prende inizio e si eleva ogni conoscenza circa il Tutto. Rigettare la paura che attanaglia ciò che è terrestre, strappare alla morte il suo aculeo velenoso, togliere all'Ade il suo miasma pestilente, di questo si pretende capace la filosofia. Tutto quanto è mortale vive in questa paura della morte, ogni nuova nascita aggiunge nuovo motivo di paura perché accresce il numero di ciò che deve morire... Ma la filosofia nega queste paure della terra. Essa strappa oltre la fossa che si spalanca ad ogni passo. Permette che il corpo sia consegnato all'abisso, ma l'anima, libera, lo sfugge librandosi in volo..." (8). La lotta contro la morte si profila nelle domande che nascono nel cuore come ferite lancinanti, spesso improvvise o inattese: che ne sarà di me? che senso ha la mia vita? dove vado con tutto il bagaglio delle mie pene, delle consolazioni e delle gioie? E quando avrò finalmente conquistato ciò che desidero, che cosa ancora potrò desiderare se non l'ultima vittoria, la vittoria sulla morte? Giunti a considerare il fondo verso cui andiamo, proprio da esso ci viene il bisogno di lottare per vincere l'apparente trionfo della morte. Proprio il fatto che la morte ci rende pensosi e che sentiamo il bisogno di dare significato alle opere e ai giorni è il segno che nel profondo del cuore i pellegrini verso la morte sono in realtà chiamati alla vita. Nel profondo del cuore si affaccia un'indistruttibile nostalgia del volto di Qualcuno, che accolga il nostro dolore e le lacrime, che redima l'infinito dolore del tempo. Quando siamo soli o disperati, quando nessuno sembra volerci più e noi stessi abbiamo ragioni per disprezzarci o rammaricarci di noi, ecco profilarsi in noi la nostalgia di un Altro che possa accoglierci e farci sentire amati al di là di tutto, nonostante tutto, vincendo l'ultimo nemico che è la morte. E' quanto esprime Agostino, aprendo le Confessioni: "Fecisti cor nostrum ad te et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te" &endash; "Hai fatto il nostro cuore per Te ed è inquieto il nostro cuore finché non riposi in te". Nella domanda vera che ognuno si porta nel più profondo del cuore va dunque profilandosi l'immagine del padre-madre nell'amore, metafora per dire il bisogno di qualcuno cui affidarsi senza riserve, quasi un'àncora, un approdo dove far riposare la nostra stanchezza e il nostro dolore, sicuri di non essere rigettati nell'abisso del nulla. Questo bisogno dell'altro, che sia madre-padre accogliente, quest'attesa profonda, ciascuno può riconoscerla in sé, se appena appena ha il coraggio di non mascherarsi dietro le proprie presunte grandezze o difese. In quanto tale, la figura del padre-madre nell'amore è il grembo, la patria, l'origine in cui rimettere tutto ciò che noi siamo. Insomma, se nel profondo del cuore tutti siamo abitati dall'angoscia della sfida suprema della morte, e se questo ci rende pensosi, allora l'immagine paterna-materna dell'amore accogliente è quella che più risponde a ciò di cui tutti abbiamo infinitamente bisogno. b) Il rifiuto del Padre Non possiamo allora non chiederci: perché, se questo è vero, sorge in tanti un rifiuto perfino viscerale della figura del padre? perché prima o poi nella vita tutti viviamo un momento di contestazione dell'immagine paterna-materna? Questa palese contraddizione tra il bisogno di un'accoglienza che vinca l'angoscia e il rifiuto di essa, può essere rischiarata dall'analisi del cuore umano, quale si esprime ad esempio in questo testo, tratto dalla lettera al padre di Franz Kafka, uno dei grandi testimoni dell'inquietudine del nostro tempo: "La sensazione di nullità che spesso mi domina, ha origine in gran parte dalla tua influenza. Io potevo gustare quanto tu ci davi solo a prezzo di vergogna, fatica, debolezza, senso di colpa, insomma potevo esserti riconoscente come lo è un mendicante, non con i fatti. Il primo risultato visibile di questa educazione fu quello di farmi fuggire tutto quanto, sia pure alla lontana, mi ricordasse di te" (9). Quante volte il rifiuto del padre nasce dal bisogno di affrancarsi da una dipendenza! Quante volte la paternità, che siamo tutti chiamati ad esercitare, diventa possessività, schiavitù, dominio! Ecco allora che si profila la condizione drammatica, espressa dalla metafora dell'"assassinio del padre". L'"assassinio del padre" è una sorta di gesto rituale, un atto volto ad affermare la propria indipendenza e autonomia. Esso è inseparabile dal senso dell'angoscia: se una delle cause profonde dell'angoscia è l'affacciarsi incombente della morte, eliminare la figura del padre-madre che ci accolga vuol dire esporsi ancor più radicalmente all'abbraccio del nulla. E' come uno sperimentare un'infinita orfananza, accendendo di conseguenza ancor più acutamente la nostalgia del padre e della madre accoglienti nell'amore. Ne nasce un comportamento paradossale: da una parte fuggiamo dalla figura paterna-materna per essere liberi e indipendenti come il figliuol prodigo, che sceglie di avere le sue sostanze e gestirsi da solo la vita; dall'altra cresce in noi lo struggente bisogno di qualcuno che ci riveli il volto di un padre-madre nell'amore che non crei dipendenza, che non ci faccia sentire schiavi. Veramente abissale è il cuore dell'uomo e lacerante il peso delle sue contraddizioni! c) L'attesa di un Padre-madre nell'amore Un padre-madre che ci ami rendendoci liberi è qualcuno che non sia il concorrente della nostra libertà, ma il fondamento di essa, la garanzia ultima della verità e della pace del nostro cuore: qualcuno che sani l'angoscia con la medicina dell'amore, ma sani anche la paura che abbiamo di perdere la nostra libertà facendoci sentire amati in un modo che non schiavizza, che non crea dipendenza. Di questo padre materno ha bisogno il cuore dell'uomo, assetato di un grembo che avvolga, custodisca e generi instancabilmente alla vita. Esprime questa attesa con struggente intensità l'invocazione di una delle coscienze più rappresentative del dramma del secolo che finisce: Edith Stein. Filosofa, allieva e collaboratrice di Husserl, figlia d'Israele testimone e solidale con la più grande delle tragedie del suo popolo, innamorata di Cristo, formata alla "scienza della Croce", questa donna singolare, che ha scrutato come pochi il cuore umano scrive: "Chi sei, luce che mi inondi e rischiari la notte del mio cuore? Tu mi guidi come la mano di una madre, ma se mi lasci non saprei fare neanche un passo solo. Tu sei lo spazio che circonda l'essere mio e lo protegge. Se mi abbandoni cado nell'abisso del nulla, da cui mi hai chiamato all'essere. Tu, più vicino a me di me stessa, a me più intimo dell'anima mia &endash; eppure sei intangibile e di ogni nome infrangi le catene. Spirito Santo &endash; Eterno Amore" (10). La scelta che queste parole delineano è quella urgente e decisiva fra il vivere come pellegrini alla ricerca del Volto nascosto o il chiuderci ciascuno nelle nostre paure e nelle nostre solitudini. La vita o è pellegrinaggio o è anticipazione della morte. O è passione, ricerca e quindi inquietudine, o è lasciarsi morire ogni giorno un po', fuggendo in tutte le droghe possibili di cui è malata la nostra società, utili solo a stordirsi e a non porsi le domande vere. Occorre prendere una decisione: "Mi alzerò e andrò da mio padre!". Occorre aprirsi all'ascolto e all'invocazione. E' questa la grande scelta di cui ha bisogno in particolare l'uomo di quest'epoca post-moderna. Per aiutare i loro compagni di strada a fare questo passo i credenti dovranno essere i primi ad alzarsi e andare verso il Padre, ritornando sempre di nuovo a farsi pellegrini, vincendo la stanchezza e la frustrazione che a volte prende, specie quando sembra non ci siano risultati. Il credente sa di non essere in questo mondo per vedere i frutti, ma per gettare il seme. Afferma Lutero: "Se anche sapessi che il mondo finirà domani, non esiterei a piantare un seme oggi". Per chi crede in Dio l'importante non è il raccolto, l'importante è la semina: essa darà i suoi frutti a suo tempo quando e come Dio vorrà. Il no alla frustrazione deve unirsi allora al sì alla passione per la verità che porta a sollevare le vere domande del cuore degli uomini perché cerchino il Volto nascosto, il Volto del padre-madre nell'amore...
L'AVVENTO DI DIO Dove abita il Padre? dove è possibile fare esperienza dell'amore paterno-materno di Dio, che accoglie, libera e salva? dove l'attesa &endash; riconoscendo il suo oggetto &endash; potrà convertirsi in invocazione? E' la parola dell'avvento che sola può dare risposta a queste domande: l'ascolto della rivelazione viene qui a corrispondere nella maniera più sorprendente e più alta agli scenari del tempo e agli scenari del cuore, che abbiamo tracciato. a) L'umiltà di Dio Una parola ebraica esprime nella forma più densa la caratteristica peculiare del Dio del popolo eletto, il Padre d'Israele: essa rende l'amore di Dio con l'immagine forte delle viscere di una madre, "rachamin". Dio è visceralmente innamorato dell'uomo ("per viscera misericordia Dei nostri", dice la trasposizione latina): oltre ad essere colui che è, il Padre della "hesed", dell'amore di carità forte e fedele, è anche il padre della tenerezza, della misericordia. Così viene descritto in Isaia 49,14-16: "Sion ha detto: il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato. Si dimentica forse una donna del suo bambino così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io non mi dimenticherò mai di te. Ecco ti ho disegnato sulle palme delle mie mani". Il Dio d'Israele è un Dio materno, che conosce la tenerezza e la misericordia e ci ha sempre sotto gli occhi, perché ci ha disegnato sul palmo delle sue mani. Questo Dio è così materno che si fa piccolo perché noi esistiamo: è quanto esprime la dottrina ebraica dello "zim-zum", del divino "contrarsi". La mistica ebraica riconosce qui il cuore del mistero della creazione: Dio si umilia, facendosi piccolo per dare spazio alle sue creature; Dio ci crea come donne e uomini liberi davanti a Dio. Dio ci ama a tal punto che accetta il rischio della nostra libertà, anche della libertà di dirgli "non ti riconosco". Questa è l'umiltà divina: il Dio biblico è il Dio umile. La mistica renana diceva: "L'umiltà è la virtù che è nascosta nel più profondo del cuore di Dio". Nessuno può essere umile al di fuori di Dio, perché solo lui può farsi piccolo: noi siamo già così piccoli che non sapremmo dove andare se volessimo farci ancora più piccoli. Perciò Francesco gli dice: "Tu sei umiltà!". Questo è il Dio biblico, il Padre delle misericordie, il Dio che si fa piccolo perché l'uomo esista. Questo Dio desidera dall'uomo una sola cosa: la "teshuvà", parola che si traduce con conversione e che propriamente significa "ritorno". Dio desidera che noi torniamo nella sua casa. Ci ha creati liberi per amore e nell'amore aspetta il nostro ritorno quando ci fossimo allontanati da Lui. Qui si intravedono i tratti del Padre della parabola di Gesù (Lc 15,11 ss), che sono una sintesi potente della rivelazione del Dio biblico come Dio della tenerezza e della misericordia. Osea 11,8 afferma in questa stessa direzione: "Come potrei abbandonarti Efraim, come consegnarti ad altri Israele?... Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione". Il Dio, che si è destinato all'uomo per amore, che si è fatto padre e madre con "viscere di misericordia", è il !Dio che vive la "shekinah", che si "attenda" cioè in mezzo al suo popolo, condividendone il dolore e la gioia. Il Padre d'Israele è tutt'altro che il dio lontano, freddo, ideologico, che schiaccia l'uomo: è anzi il Dio che ha tratti di tenerezza anche quando giudica, perché il suo è un giudizio di verità e di amore, che ti dice la verità su te stesso, perché ti scruta e ti conosce come nessun altro potrebbe. E' il Dio padre-madre nella tenerezza e nel perdono, nella misericordia e nell'umiltà, che ci rende liberi di esistere e di aderire al patto e incessantemente ci chiama alla conversione, al ritorno al suo cuore divino, da dividere con cuore di figli. b) Il Dio della libertà Questo Dio Gesù lo ha chiamato "abbà", parola della tenerezza con cui i bambini amavano rivolgersi al padre e che anche gli adulti usavano per esprimere confidenza. Gesù è stato il primo Ebreo che ha rivolto a Dio questo nome: è l'invocazione piena di significato che risuona in Mc 14,32-36 nell'ora suprema del dolore, quando tutto sembra crollare e la solitudine è totale, perché anche i discepoli non sono stati capaci di vegliare un'ora sola con lui: "Abbà, Padre, tutto è possibile a te, allontana da me questo calice: però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu". Questa è la rivelazione del Padre, nelle cui mani Gesù affida il suo spirito. Il Padre di Gesù è dunque il Dio capace di uscire da sé e di soffrire per amore della sua creatura: non soltanto il Dio umile, il Dio della compassione e della tenerezza, ma il Dio così libero da sé da pagare il prezzo supremo dell'amore. A leggere i racconti della passione si incontra un verbo, "paradidomi", che torna continuamente e che la Bibbia greca dei Settanta usa ad esempio in Genesi 22 nel racconto del sacrificio di Isacco. Come Abramo sacrifica Isacco per un amore folle di Dio, così il Padre di Gesù sacrifica l'amato, l'Isacco della nuova ed eterna alleanza, per l'amore folle che ha per gli uomini. Afferma Origene: "Dio gareggia magnificamente in generosità con gli uomini. Abramo ha offerto a Dio un figlio mortale senza che questi morisse; Dio ha consegnato alla morte il Figlio immortale per gli uomini". (11) Il Padre di Gesù è dunque il Dio capace di soffrire per amore: lo ha detto con parole intense Giovanni Paolo II nella Dominum et vivificantem quando ha parlato di un mistero di sofferenza nascosto nel cuore divino (cf. nn. 39 e 41). Lo dicevano i Concili della Chiesa antica: "Deus passus est". La sofferenza di Dio non è il segno della sua debolezza o del suo limite, perché non è la sofferenza passiva, quella che si subisce perché non è possibile farne a meno. E' invece la sofferenza attiva, quella liberamente accettata per amore verso la persona amata. La rivelazione del cuore di Dio è tutta qui: il Padre è colui che soffre perché ci ama, perché ci ha creati liberi e dunque si è esposto al rischio della nostra libertà. E' il Dio della libertà perché è il Dio dell'amore, ed è padre nell'amore perché è libero da sé e ci vuole liberi dinanzi a sé. E' come il Padre della parabola che attende il nostro ritorno e farà festa come un bambino quando saremo tornati, e soffre per la nostra lontananza. Il nostro peccato non è indifferente per il suo cuore divino. Dio soffre per ciascuno dei peccati dei suoi figli: se però questa sofferenza è attiva e non passiva, cioè è una sofferenza che Dio sceglie liberamente per amore, allora l'altro nome di essa è "agape", carità. "Deus caritas est": Dio, il Padre, è <more (1 Gv 4,8.16). Il Padre di Gesù è l'amore sofferente, l'amore gioioso, l'amore fedele, l'amore accogliente, l'amore speranzoso che attende il nostro ritorno. c) Dio è Amore Il Padre di Gesù è amore in se stesso, e lo è verso il mondo: è il Padre dei discepoli, il Padre di tutti. La Chiesa che Gesù fa nascere è la comunità dei figli del Padre. Questa affermazione ha un forte fondamento biblico, come mostra una parola usata soprattutto in Giovanni, "kathòs", "come": "Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi" (Gv 15,12; cf. 13,34) &endash; "Che essi siano uno, come noi siamo uno" (Gv 17,21.22). In queste frasi si evidenzia il triplice senso del "kathòs" in rapporto alla Chiesa dell'amore: essa viene dalla Trinità, dall'amore che lega il Padre e il Figlio nello Spirito; è immagine dell'amore trinitario nel tempo; e tende verso la Trinità. Il "kathòs" rischiara il rapporto tra la Trinità e la Chiesa. I discepoli vivono nello Spirito per il Figlio alla presenza del Padre, e si lasciano amare dal Padre per Cristo nello Spirito. La legge fondamentale della Chiesa è l'agape del Padre, la carità di Dio, l'amore. Noi siamo i discepoli dell'amore. Una Chiesa senza amore è un corpo senza anima, uno scheletro senza carne. Tutto nella Chiesa viene dall'amore: se ad esempio l'autorità fosse esercitata senza amore non sarebbe più il riflesso dell'amore paterno-materno del Padre, ma burocrazia, pesantezza che soffoca. Certo, l'amore è verità, e quindi può essere anche richiamo, esigenza, tutt'altro che sentimentalismo: e tuttavia &endash; se viene da Dio &endash; è e resta "agape". L'agape è la legge fondamentale della Chiesa del Padre, della Chiesa dei discepoli di Gesù che credono nella rivelazione dell'amore del Padre. Il "kathòs" ci fa capire che la Chiesa vive della legge fondamentale di lasciarsi amare dal Padre per Cristo nello Spirito, per amare poi il Padre per Cristo nello Spirito, amandoci gli uni gli altri. "Gli uni gli altri" &endash; "Allelon-allelous" è l'espressione che nel Vangelo di Giovanni meglio corrisponde al "kathòs": se il "come" dice il rapporto tra noi e la Trinità, "allelon-allelous" dice il rapporto della reciprocità fra di noi. E' la carità di Dio a fondare la carità fraterna! E' il Padre, riconosciuto e accolto, che ci rende figli suoi e fratelli fra di noi!
DOVE L'ESODO INCONTRA L'AVVENTO: LA LITURGIA Come entrare nel cuore del Padre perché questi frutti di riconciliazione e di vita nuova si esprimano nella nostra esistenza e nella storia? La grande tradizione della fede ha una risposta, tanto netta, quanto ininterrotta, proclamata come un "canto fermo" con la testimonianza vissuta, prima che con i concetti e con le parole: il luogo dell'incontro, la porta che introduce nel cuore paterno e fa fare esperienza della maternità misericordiosa di Dio, è la liturgia. E' questa la grande scuola dell'amore, la casa dell'abbraccio, dove il Padre accoglie i suoi figli e la sua misericordia materna li rende creature nuove, libere e liberanti nella storia. Nella liturgia il cristiano non sta davanti a Dio come uno straniero, ma entra nelle profondità di Dio, lasciandosi avvolgere dal mistero della Trinità Santa. Lo specifico della preghiera liturgica, che la distingue da ogni altra al di fuori del cristianesimo, è che essa è preghiera trinitaria: nella liturgia andiamo al Padre per il Figlio nello Spirito e dal Padre per lo stesso Figlio riceviamo ogni dono perfetto nello Spirito Santo. Il cuore della preghiera liturgica &endash; norma, vertice e fonte di tutta la preghiera cristiana &endash; sta dunque nel pregare nello stesso mistero di Dio. Così Gesù ha insegnato a pregare: "Quando pregate, dire: Padre" (Lc 11,2; cf. Mt 6,9). Chi prega obbedendo alle sue parole entra nel mistero della filiazione divina: non sta davanti a Dio come dinanzi a un Sovrano, straniero, adorabile e temibile, ma dimora in Lui come figlio nel mistero del Figlio. Paolo afferma la medesima cosa quando nel capitolo 8 della Lettera ai Romani (come pure in Galati 4,6) spiega così la preghiera cristiana: "Dio ha inviato nei nostri cuori lo Spirito del Figlio suo, che grida: Abbà &endash; Padre!". Quando preghiamo è lo Spirito che vive in noi e noi, viventi in Cristo, diciamo in Lui: "Padre!". Ecco dunque la via per incontrare il Padre: per il Figlio nello Spirito tutto è accolto dal Padre, sorgente di ogni dono perfetto (cf. Gc 1,17), e tutto è riportato a Lui, meta e patria di tutto ciò che esiste. Nella liturgia, come nella "historia salutis", il Padre è Colui che prende l'iniziativa dell'amore ed invia il Figlio e lo Spirito Santo: è Lui il principio eterno della carità, la fonte dell'eterno amore, è Lui la gratuità in persona, da cui tutto inizia ed a cui tutto tende. Il Padre è Colui che da sempre comincia ad amare, non perché abbia delle ragioni per farlo o sia obbligato ad amare, ma per la sola gioia di amare: "Dio non ci ama perché siamo buoni e belli, ma ci rende buoni e belli perché ci ama" (S. Bernardo). Il Padre è la gratuità irradiante dell'amore, l'Amante eterno, che ama da sempre ed amerà per sempre, né sarà mai stanco di amare. Se dunque il Padre è la pura gratuità dell'amore, la sorgente di ogni dopo perfetto, la liturgia si offre come il luogo privilegiato in cui il singolo e la Chiesa possono incontrarlo come il Padre di tutti, perché nel più profondo essa è accoglienza, terreno d'avvento del mistero di Dio nel cuore della storia umana. Celebrare perciò non significa tanto amare Dio, quanto lasciarsi amare da Lui, stando davanti alla gratuità pura del Padre affinché essa ci inondi della sua generosità traboccante. In tal senso, la liturgia ci introduce nel cuore del padre rendendoci capaci anzitutto di ricevere, di attendere il dono dall'alto della pazienza e nella perseveranza piene della meraviglia e dello stupore dell'amore. E' il Padre ad agire nell'azione liturgica, che perciò è esperienza notturna più che solare di Dio: il Padre non lo vedi, né lo catturi; ti lasci piuttosto contemplare da Lui... Si potrebbe dire che la liturgia rivela il mistero della femminilità della Chiesa, il suo "principio mariano", perché è esercizio dell'accoglienza pura dell'amore, analoga a quella di Maria, che sentì Dio nel suo grembo, prima di contemplarlo nella visione. Nella celebrazione liturgica, come avvenne in Maria, il sentire e lo sperimentare il mistero precedono la visione e l'idea. La liturgia è dunque incontro col Padre e in Lui in quanto è un lasciarsi inondare dal mistero della presenza divina nella docilità dell'invocazione e dell'ascolto, per divenire terreno d'avvento, riconoscenza del dono: celebrare è lasciarsi amare da Dio, "passio" prima che "actio", accoglienza del mistero, prima e più che impresa umana. In quanto è movimento di accoglienza del dono che viene da Dio, la liturgia è però anche movimento di risposta a questo dono, volontà di riportare tutto a Dio. Colui che celebra sa che Dio Padre è la vocazione del mondo: la liturgia si fa veicolo di questa nostalgia di Dio che è nel cuore dell'uomo e nel cuore della storia. In quanto movimento verso il Padre, teso a riportare ogni cosa nel suo cuore divino, la liturgia è sacrificio di lode, azione di grazie, intercessione, nella quale il mondo intero è assunto per ritrovare se stesso alla sua vera origine. E' in questo dinamismo della liturgia che si radica la vocazione politica del cristiano, nel senso forte e nobile dell'impegno a favore dell'uomo, della lotta per la giustizia, della solidarietà con i poveri, perché in tutti i rapporti si instauri la fraternità nell'unico Padre di tutti. E' alla scuola della liturgia vissuta bene che il cristiano impara a vedere tutte le cose nella luce di Dio e, di conseguenza, a denunciare l'ingiustizia e a proclamare la giustizia del Regno che viene. E' alla scuola della liturgia che apprende ad orientare la sua vita verso il senso ultimo e profondo di tutte le cose. Celebrando, egli riconosce la sua vicenda personale, quella degli uomini e quella della Chiesa orientate in Cristo verso la Patria, intravista ma non ancora posseduta, del cuore eterno di Dio. Perciò, più il popolo di Dio vive in pienezza la liturgia, più s'avvicina alla storia, più entra nel cuore di essa per assumere la speranza e la nostalgia degli uomini e farne un cammino di giustizia e di pace. Chi sta davanti al mistero del Padre nel grembo della Trinità Santa, nascosto con Cristo in Dio (cf. Col. 3,3), dimora anche nel seno della storia: è così che nella liturgia la Trinità e la storia giungono veramente ad incontrarsi. La liturgia è il terreno d'avvento della Trinità nella storia, il luogo di alleanza fra la storia eterna di Dio e l'umile storia dell'umanità, il pegno della speranza che fa pregustare il giorno in cui il mondo intero sarà la patria di Dio e Dio sarà tutto in tutti, Padre di tutti in pienezza, per sempre. E' dunque alla scuola della liturgia che gli scenari del tempo e gli scenari del cuore &endash; sopra tracciati &endash; sono accolti nel grembo di Dio e la Trinità è riconosciuta presente nella storia dell'uomo e del mondo: è in essa che l'abbraccio che salva si fa fraternità ricevuta e donata per un mondo nuovo, in un cuore nuovo, per ciascuno che apra la porta all'Agnello che bussa (cf. Ap. 3,20) e accetti di gustare con Lui la Cena che "ricrea e innamora" (12).
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