|
|
E finalmente, in S. Andrea sono
apparsi i giovani. Concentrati in gruppo dentro la
nicchia-altare del Crocifisso, o sparpagliati un po'
ovunque. Senza effervescenze, senza particolari protagonismi
hanno vissuto la impeccabile celebrazione liturgica di
giovedì 26 agosto con lo stesso raccoglimento e la
stessa composta partecipazione di tutti gli altri. Vagabondaggi dell'Anima e altri vagabondaggi "A Te, Dio Padre onnipotente, ogni onore e gloria". Felicemente questa Settimana liturgica medita su un tema che è al tempo stesso centrale per la vita cristiana di ogni stagione ecclesiale, ed è particolarmente attuale per l'umanità che trascorre questa inquieta e confusa fine del secondo millennio. L'intera esistenza e quindi il nostro pensare, il nostro indagare, il nostro agire, il nostro pregare, il nostro celebrare sono oggettivamente un anelito a tornare a casa, la tensione a incontrare Colui dal quale tutto &endash; e dunque la creazione, la salvezza, la nostra esaltazione &endash; tutto prende principio. Pellegrinaggio verso il santuario celeste, che vuol dire il nostro crescere nella vita di fede, di speranza, di carità, e si compie, deve compiersi davanti a Dio nostro Padre, come dice S. Paolo, cioè con la coscienza sempre rinnovata del suo primato, della sua inesauribile generosità, della sua continua attenzione a noi, del suo amore, vale a dire della sua essenziale, intrinseca indole di Padre. "Il Padre vi ama": dall'alba dell'umanità non era mai risuonata sotto il cielo parola più bella e consolante di questa che Gesù pronuncia nell'ultima cena quasi a sintesi di tutto il suo vangelo. Il Padre ci ama. Celebrare l'eucaristia, vivere gioiosamente la nostra appartenenza ecclesiale, essere cristiani davvero, in fondo vuol dire rendersi conto che in un mondo dominato, come troppo spesso ci appare, dall'egoismo, dall'odio, dal male c'è una sorgente segreta, misteriosa ma reale, inesauribile di un amore che non potrà mai essere vinto. Il Padre ci ama. Di tutte le verità cristiane, questa dell'esistenza di un Dio creatore e padre sembrerebbe, sotto un certo profilo la meno difficoltosa da accogliere. In realtà, a un esame più approfondito la situazione appare un po' diversa. Si accetta sì da molti che ci sia qualcuno che abbia messo in moto la macchina del mondo, purché però non ci venga a disturbare nelle nostre scelte, purché non interferisca nei nostri comportamenti, non ci proponga Lui che cosa è giusto e che cosa è sbagliato, in una parola purché non sia un padre.
C'è poi ai nostri giorni una specie di religiosità diffusa, inafferrabile che non rinuncia all'idea di una divinità, anzi la chiama frequentemente in causa nelle esperienze spirituali più disparate, nelle credenze più lontane dalla storia del nostro popolo, nelle emozioni estetiche senza poi precisi contenuti concettuali. E possiamo anche riconoscere qualcosa di positivo in questi vagabondaggi dell'anima. Ed è il riconoscimento implicito che l'uomo, anche l'uomo più sazio e appagato, non può fare senza di qualcuno o di qualcosa che lo trascenda. Però, nella realtà, gli approdi di questi spiritualismi errabondi, senza verità, aldilà delle buone intenzioni soggettive sono troppo spesso lamentevoli, vaghi vuoti. Molti si compiacciono di aver un Dio "a modo loro", di elaborare una loro religione personale; il che vuol dire in fondo che invece di adorare il creatore del cielo e della terra che ci ha fatti a sua immagine e somiglianza, siamo tutti fieri di costruire un dio a immagine e somiglianza nostra, il dio che conviene alle nostre inclinazioni e ai nostri affari, un dio disposto a lasciarci liberi di comportarci come ci piace. Mi viene in mente l'ironica descrizione che le profezie di Isaia fanno dell'idolatra: con metà del tronco si fabbrica la divinità da adorare e invocare, e con l'altra metà si cuoce l'arrosto. Il Dio vero è il Padre, vale a dire non l'entità che si ritiene necessaria a spiegare l'origine dell'universo ma che subito poi viene congedata pregandola che ci lasci in pace, bensì Uno che ci dà la vita istante per istante, che senza pausa ci avvolge del suo amore, che non è solo la nostra causa ma anche il nostro traguardo, la norma, il senso del nostro esistere. E', come amava dire S. Paolo, il Padre di Nostro Signore Gesù Cristo. Questo è il vero nome di Dio, il Padre che nel suo Figlio unigenito crocifisso morto e risorto ci ha creati, ci ha redenti, ci ha resi suoi figli. Aggiungo un'altra riflessione che può essere utile nell'attualità che stiamo vivendo. Nella cultura contemporanea è acuto il sentimento della solidarietà che deve unire tra loro tutti gli esseri umani nel rispetto dei valori di ciascuno e nell'attenzione a favorire la felicità di tutti. Ed è senza dubbio una nobile persuasione. Però nella mentalità dominante che non crede più in un padre comune, è una persuasione che manca di un fondamento plausibile. Quando le vengono date premesse mutuate, supponiamo, dall'illuminismo o dallo scientismo, questa persuasione evidentemente non si regge. A leggere anche grandi organi di stampa, nelle loro ritornanti catechesi ideologiche che sono al tempo stesso scientiste e umanitarie, si trova continuamente sottinteso, ma enunciato, questo curioso principio giustificante: "L'uomo deriva dalla scimmia e quindi dobbiamo amarci come fratelli". A parte la frase ironica che è del filosofo russo Soloviév, è innegabilmente oggi in atto il tentativo di salvare la conclusione evangelica della solidarietà umana assegnandole una premessa non più evangelica ma un supporto sostanzialmente ateo: senza Dio, comunque senza il Padre. Sono due secoli che questo tentativo è in atto, ma è un'idea che non funziona, che non ha mai funzionato. Basti pensare alle decine di milioni di morti che si sono avuti nei 25 anni dopo che la rivoluzione francese aveva proclamato la fraternité. Basti pensare alle centinaia di milioni di morti che direttamente o indirettamente sono stati provocati dall'ideologia marxista che pure era intenzionalmente solidaristica. La speranza che nel terzo millennio scompaiano finalmente le guerre, i genocidi, gli attentati ideologici, le stragi politiche e gli uomini si aiutino tutti efficacemente nella dura lotta contro i molti mali dell'esistenza, questa speranza sta tutta in una vigorosa, rinnovatrice, universale riscoperta del Padre. Perché questa riscoperta si avveri, noi eleviamo questa sera la nostra implorazione e ci associamo all'offerta dell'unico sacrificio del Signore Gesù, unico Salvatore di tutti, nostro Signore e nostro Fratello.
|