|
|
|

|
Se il Giubileo è esperienza del "grande pellegrinaggio" da fare con la vita &endash; giorno dopo giorno, verso il Padre &endash; a sostegno e a espressione del "grande pellegrinaggio" non a caso sono vivi da sempre alcuni segni espressivi e quasi costitutivi di tutti i Giubilei ebraico-cristiani, rintracciabili anche in altre religioni o culture religiose.
Pellegrini quaggiù, finché Egli venga Il primo di questi segni, anche per il "Grande Giubileo dell'Anno 2000" è il pellegrinaggio, inteso come itinerario verso luoghi carichi di memorie e di attrattive sacre e familiari: le Basiliche di Roma e di Terra Santa, la Cattedrale e i santuari della propria diocesi e d'altre diocesi. Questi pellegrinaggi &endash; e tutti ne abbiamo esperienza &endash; sono soprattutto percorsi di esperienza interiore alla scoperta di se stessi. Sono recupero della propria memoria; sono riconciliazione in famiglia e con il prossimo, riorientamento dell'esistenza, ricerca e superamento degli idoli e liberazione dalle schiavitù. Sono, oltre ogni ombra di morte, innamoramento tra Dio e le sue creature, segni della festa "nuziale" che Dio stesso prepara e a cui siamo sempre tutti invitati. Nessuno, neppure i cristiani organizzano e attivano simili "pellegrinaggi", se non perché sono attratti dal volto indulgente, onnipotentemente misericordioso ed infinitamente caritatevole di un Dio Padre, che noi riconosciamo non per contemplazioni astratte, ma fissando lo sguardo sul volto di Gesù.
Il segno della Porta "Io sono la porta" (Gv 10,7), ebbe a dire Gesù. E' infatti Lui la "porta" per conoscere e amare il Padre, per vivere dello Spirito, per riconoscere i fratelli e la Chiesa, per guardare al prossimo e al mondo. Per questo noi onoriamo nell'Anno giubilare la porta santa della Basilica di San Pietro e delle altre Basiliche patriarcali di Roma; la porta della Basilica dell'Annunciazione a Nazaret, della Basilica della Natività a Betlemme, del Santo Sepolcro a Gerusalemme. Per questo, senza mai perdere quell'orizzonte aperto sulla Sede degli Apostoli Pietro e Paolo e sui luoghi della vita terrena di Gesù, noi onoriamo innanzitutto la porta della nostra Cattedrale. Noi onoriamo anche le porte degli altri nostri Santuari diocesani, alla fine cercando e ritrovando famigliarità con le porte delle nostre chiese parrocchiali: quelle, cioè, che ci riportano a vivere Battesimo, a confessione dei peccati e a riconciliazione, a Confermazione ed Eucarestia; e poi fuori nel nome del Signore: a Matrimonio e famiglie stabili da Dio benedette, a fatica quotidiana, e a fare buon tessuto umano e sociale.
Una indulgenza sovrabbondante Altro segno costante dei Giubilei cristiani è, da sempre, l'esperienza di una " piena perdonanza", il segno dell'"indulgenza". Superando errori, abusi ed equivoci di ieri e di oggi &endash; che in passato hanno prodotto amare divisioni tra i cristiani &endash; anche per quest'Anno giubilare siamo invitati a capire meglio il valore della sovrabbondanza dell'amore misericordioso che Dio esprime primariamente con i sacramenti del Battesimo, della Riconciliazione e dell'Eucarestia; e che mediante la Chiesa estende anche con il dono dell'indulgenza, per sostenere una coerente e coraggiosa ripresa della nostra esistenza cristiana. In questa prospettiva, meritano particolare attenzione alcuni autorevoli insegnamenti del Papa Giovanni Paolo II sull'indulgenza. "Tutti i fedeli, convenientemente preparati, possono abbondantemente fruire, lungo l'arco dell'intero Giubileo, del dono dell'indulgenza", dichiara il Papa nella Bolla di indizione (n. 9). Ne dà poi la ragione portante, quando afferma che in questo "segno peculiare si manifesta la pienezza della misericordia del Padre, che a tutti viene incontro con il suo amore, espresso in primo luogo nel perdono delle colpe". Il perdono è concesso ordinariamente mediante il sacramento della Penitenza e della Riconciliazione: "la Chiesa, avendo ricevuto da Cristo il potere di perdonare in suo nome, è nel mondo presenza viva dell'amore di Dio che si china su ogni umana debolezza per accoglierla nell'abbraccio della sua misericordia". E' "precisamente attraverso il ministero della sua Chiesa che Dio espande nel mondo la sua misericordia", anche mediante "quel prezioso dono che, con nome antichissimo, è chiamato 'indulgenza'". Il dono dell'indulgenza è frutto ed è estensione del perdono e della pace di una buona confessione e della ritrovata comunione eucaristica. Il Papa ricorda infine che l'atto sacramentale, in cui il credente riceve davvero il perdono e può di nuovo prendere parte all'Eucarestia come segno della ritrovata comunione con il Padre e con la sua Chiesa, "deve essere unito a un atto esistenziale, con una reale purificazione della colpa". Questo impegno esistenziale si chiama penitenza. Non è un impegno facile. Una volta perdonati, spesso noi non andiamo oltre una comunione eucaristica. Poi ci ritroviamo nelle nostre "pene temporali", che hanno effettivamente la loro radice nelle nostre miserie. Ritroviamo memorie amare che ci tormentano, fragilità permanenti, timore di rimanere sempre quelli di prima, fatica nel risanare i guasti che abbiamo procurato, scarso coraggio e scarsa fiducia di poter tornare a fare bene la nostra parte davanti a Dio, alla Chiesa e alla famiglia, al prossimo. Il dono dell'indulgenza ci avverte che tutto questo è vero, è una "pena temporale"; anzi, quotidiana. Ma più ancora ci avverte che con il perdono del Signore, con il viatico dell'Eucarestia, con la compagnia dei santi della Chiesa, tutto diventa possibile: l'indulgenza di Dio davvero sovrabbonda.
Noi pure, più indulgenti e più fiduciosi Se siamo stati perdonati, e se a noi è dato anche il segno di una piena indulgenza, non significa che siamo esonerati dall'impegno della purificazione: significa, invece, che le vie di una doverosa penitenza prendono senso e vengono accolte con serietà e fiduciosamente, perché non siamo soli. Noi possiamo attingere non solo alle nostre risorse ma, e anzi primariamente, al "tesoro della Chiesa"; così la tradizione chiama "la passione di Gesù, i meriti della Beata Vergine Maria e di tutti i Santi", di cui sempre noi potremo godere. Per la nostra lotta quotidiana contro il male e il peccato, a noi è data la grazia e l'energia della passione di Gesù, dell'esperienza e dei meriti della Beata Vergine Maria e di tutti i Santi, anche della santità di tanti cristiani che con noi si fanno pellegrini nel mondo verso il Padre: "L'avvenuta riconciliazione con Dio, infatti, non esclude la permanenza di alcune conseguenze del peccato dalle quali è necessario purificarsi. E' precisamente in questo ambito che acquista rilievo l'indulgenza, mediante la quale viene espresso il dono totale della misericordia di Dio" e viene condonata la conseguenza temporale (pena) dei "peccati già rimessi quanto alla colpa". Si tratta di una purificazione progressiva che libera da tutto ciò che ostacola la piena comunione con Dio e con i fratelli, che va invocata e accolta con cuore aperto e desideroso di un vero cammino di conversione e di trasparenza davanti al Signore e alla Chiesa (cfr. IM, n.10). Ogni dono di Dio è per noi impegnativo. Alla sovrabbondanza della sua grazia e del suo perdono sovrabbondante fino a piena indulgenza, deve corrispondere la sovrabbondanza del nostro amore a Lui sopra ogni cosa, e della nostra carità pienamente indulgente verso la Chiesa e verso il prossimo.
Memoria grande e memorie personali e familiari Questo Giubileo dell'Anno 2000 si chiama "Grande" per diversi motivi; grande, anche perché intende offrire la grazia di un risveglio grande della nostra memoria personale, famigliare, ecclesiale e collettiva, contro il rischio diffuso e crescente di una smemoratezza e di una carenza di prospettive che può consumarci tutti nell'effimero, nell'"usa e getta", come si dice. Non poco suggestive e impegnative sono le provocazioni per un grande ricupero del valore del tempo e della memoria, che Giovanni Paolo II fa alla Chiesa e, di riflesso, a questo nostro mondo, come a ciascuno di noi. Il ricupero della buona memoria passa attraverso il criterio dominante della purificazione e dell'impegno a riagganciarsi alla passione d'amore e di unità di Cristo. E' fondamentalmente su di Lui che, in radice, dobbiamo sempre misurarci. Quella "passione" di amore e di unità dovrebbe esser l'anima della Chiesa, di una Chiesa-comunione. Dovrebbe essere la "passione" di tutti i cristiani, come ebbe a desiderarla e a prospettarla Gesù nel Suo "testamento" e nella preghiera sacerdotale consegnataci nel clima della Cena eucaristica: "Padre, consacrali nella verità; non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato" (Gv 17,20-21). Con questa memoria della preghiera di Gesù per l'unità e la fraternità, il Papa provoca la sensibilità di tutti, e il nostro impegno fattivo, per l'incontro e l'accoglienza ecumenica tra i cristiani delle varie Chiese. Il Papa provoca inoltre l'attenzione e lo scambio con la tradizione ebraica che è radice ed è patrimonio dell'esperienza cristiana; il dialogo con l'Islam che ha il suo riferimento in un unico Dio e, come la religione ebraica e quella cristiana, guarda ad Abramo del quale si sente discendenza "spirituale"; il rispetto e la collaborazione con tutte le religioni presenti tra i popoli del mondo, le loro culture e tradizioni; l'apertura verso tutti gli uomini a cui far credito di buona volontà, perché Dio ama tutti, Dio è "Padre di tutti, è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti" (Ef 4,6). In questo orizzonte aperto, particolarmente praticabile e doverosa sarà però la purificazione e il ricupero fiducioso della memoria personale, della memoria e delle ricorrenze delle nostre famiglie, dei nostri paesi anche più piccoli, delle Comunità parrocchiali e della Comunità diocesana, sempre aperti come dobbiamo essere alle altre Comunità del nostro Paese e del mondo. Vi sono tante risorse da recuperare e da mettere in campo, da riscoprire e da riordinare, per una crescita comune ed una testimonianza più vitale e convincente. Il "fare grande memoria", comunque, non può essere un alibi per una purificazione personale e famigliare. Può e deve essere recupero consapevole e fiducioso di valori costitutivi della nostra esistenza umana e cristiana, e promettente segno di corresponsabilità ecclesiale e sociale. Sarà Giubileo santo, se ciascuno di noi recupererà, purificherà e rilancerà la sua buona memoria. Sarà buon Giubileo se gli sposi &endash; come pure i sacerdoti e le persone consacrate &endash; "torneranno all'amore di prima" e confermeranno e ravviveranno quel primo amore. Sarà Giubileo fecondo e promettente, se insieme riusciremo a purificare e a vivere la memoria buona dalla quale vengono le nostre comunità cristiane, i nostri territori mantovani e il nostro Paese.
La carità e le sue opere Mai si è celebrato un Giubileo nella tradizione ebraico-cristiana, senza riproporre, come segno credibile della propria esperienza umana e religiosa, il segno della solidarietà, della giustizia e della carità; il segno che Gesù nel Vangelo definisce non come puro gesto di volontariato ma come "il più grande e il primo dei comandamenti" e in qualche modo l'unico (Mt 22,34 ss.; Mc 12,28 ss.; Lc 10,25 ss.). E' questo il segno che Gesù annuncia come "nuovo", perchè indica la novità e la definitività della Sua Rivelazione, e insieme la pienezza della legge: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri" (Gv 13,34-35). Si tratta di un "comandamento" che va colto e vissuto nel suo pieno significato come ricupero delle risorse dello "Spirito del Figlio Suo" che "nei nostri cuori grida: Abbà Padre!" (Gal 4,6); e nel superamento di servitù a idoli che tolgono la libertà del cuore e impediscono la realizzazione delle vere e alte aspirazioni di ogni uomo. La proclamazione piena dell'unico grande comandamento dell'amore, reso nuovo e pieno dal Cristo e dalla sua esperienza religiosa, è questo: Dio sopra ogni cosa! Gesù lo riprende dall'antica legge e ne rende manifesto il significato con la sua stessa vita: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente" (Lc 10,27; cfr. Dt 6,5; Lv 19,18). E' questo orizzonte della carità di Dio, che dà luce ed energia per vivere e operare giustizia e carità verso il nostro prossimo, a partire da chi ha meno voce, e verso tutte le povertà presenti fra noi, in famiglia, nella comunità cristiana, e nel mondo. Risuonerà anche per tutto l'Anno giubilare come particolarmente efficace il pensiero del Signore Gesù su di noi: "Non chi dice: Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli "; " in verità vi dico: non vi conosco" (Mt 25,12); e, ancora, l'altra Sua parola riferita alla domanda che alla fine gli verrà posta: "quando mai ti abbiamo veduto ?". Allora Egli risponderà: "ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25,37; 40). Si riapre così l'orizzonte del nostro impegno di carità, da rilanciare a tutto campo e insieme: primariamente nell'amore di Dio, e perciò stesso nei percorsi della giustizia, della solidarietà e della sovrabbondanza di amore per gli altri, soprattutto per i poveri di sempre e per le nuove povertà di questo nostro tempo.
Martiri della carità e testimoni della fede Con felice intuizione Giovanni Paolo II fin dalla sua Lettera Apostolica Tertio Millennio Adveniente (cfr. n. 37) propose di fare memoria di quanti, particolarmente in quest'ultimo secolo, hanno dato testimonianza a Cristo fino a esporre tutta la loro vita, ben consapevoli che questo poteva richiedere persino l'effusione del sangue. Queste testimonianze sono patrimonio comune delle varie Chiese cristiane e non possono essere dimenticate anche se nel nostro secolo sono spesso sconosciute, quasi fossero vicende appartenute a "'militi ignoti' della grande causa di Dio". Esse invece manifestano la vivacità delle Chiese locali, e sono molto più numerose oggi che nei primi secoli e nel primo millennio. C'è una attenzione che va sempre prestata "alla santità di quanti, anche nel nostro tempo, sono vissuti pienamente nella verità di Cristo". Giovanni Paolo II intende ricordare e onorare nel corso dell'Anno Santo questi martiri della carità spesso "ignoti", come li chiama lui. Intende anzi farne un catalogo ufficiale. E propone che anche le Diocesi facciano memoria dei loro "martiri", perché "l'ammirazione si coniughi nel cuore del fedeli con il desiderio di poterne seguire, con la grazia di Dio, l'esempio" ( IM, n. 13). Quando il Santo Padre ha chiesto anche a noi di segnalare particolarmente le figure dei mantovani "testimoni della fede fino a perdere la vita" nel nome di Cristo in questi ultimi decenni, anche noi abbiamo indicato con una accurata relazione quattro persone delle quali vogliamo tener viva la memoria. Sono: - il Maestro Anselmo Cessi, ucciso a Castel Goffredo nel 1926; - il sacerdote Eugenio Leoni, ucciso a Mantova il 12 settembre 1943; - il sacerdote Tullio Favalli, assassinato a Tulunan nel Mindanão (Filippine), l'11 aprile 1985; - il sacerdote Maurizio Maraglio, perseguitato fino a morirne a São Luis nel Maranão (Brasile), il 28 ottobre 1986. Avremmo potuto e dovuto onorare molti altri testimoni cristiani e mantovani di questi nostri tempi, riandando anche indietro; e ricordando, ad esempio, anche l'epoca e le figure dei "Martiri di Belfiore". Potremmo sempre farlo. Preme in ogni modo fare memoria anche di quanti per le nostre famiglie e nelle nostre comunità mantovane sono stati per noi testimoni credibili della fede che ci hanno trasmesso. Sono Vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, ma anche laici, nonni, genitori, animatori ed educatori che il Signore ha chiamato a sé, dei quali tutti noi abbiamo goduto e continuiamo a godere nella "comunione dei santi". Anche loro hanno esposto tutta la vita a Cristo, per noi. Questa sollecitazione alle nostre memorie mantovane e familiari non potrà comunque consumarsi in riti o commemorazioni emotive. E' infatti sollecitazione concreta e impegnativa per tutti noi; risveglia corresponsabilità personale e comunitaria, là dove viviamo e dove ciascuno di noi è chiamato e mandato a fare da cristiano la sua parte. Tocca ora a noi essere "nuovi martiri" - magari ignoti! - e testimoni della carità, della fede, e della speranza cristiana.
|